Buongiorno amici di penna ! Bentrovati come di consueto al nostro appuntamento del martedì con la rubrica "7 Blog per un Autore". Ospite di questa settimana è Doriana Rosania con il suo romanzo "Fino a pelle viva" .
Poi, però, arriva Dorian. Per sbaglio, per colpa di un amico in comune, o grazie a qualcosa di più antico e invisibile. Si fa spazio con la sua voce chiara, l’accento belga e un modo tutto suo di entrare nella vita degli altri. Aleister è scontroso, chiuso, tatuato di rabbia e perdita; Dorian sembra tutto il contrario: non chiede spazio, ma mette radici nei vuoti che trova e resta anche quando sarebbe più facile andarsene.
Eppure, sotto la superficie, anche lui si porta dentro un vuoto che non fa rumore. Tra di loro nasce la tensione delle battaglie piccole e feroci di ogni giorno, le notti che fanno male in una casa piena di silenzi, ma soprattutto, sono due persone che provano ad amarsi nonostante tutto o
forse… proprio per questo. Questa non è solo una storia sulla disabilità, non è neanche la solita storia d’amore. Non si racconta in linea retta: si svela a frammenti, guardando le emozioni da dentro. Non è una storia facile, ma una in
cui chiunque può riconoscersi: chi ha perso, chi ha paura, chi si sente fuori posto.
Perché non serve essere interi per essere amati.
Ecco la nostra intervista
L’ambientazione
Raccontaci la scelta dell’ambientazione e forniscici un’idea con delle immagini che accompagnano la descrizione.
L’ambientazione del romanzo è volutamente essenziale. I luoghi sono pochi, quasi sempre chiusi, e hanno più a che fare con ciò che rappresentano che con ciò che sono. Il centro di tutto è una casa.
Non una casa qualsiasi, ma una tana, una fortezza, un rifugio costruito per resistere. Per Aleister è il luogo sicuro per eccellenza, lo spazio in cui può controllare il mondo, decidere chi entra e chi
resta fuori, nascondersi senza dover spiegare niente a nessuno. È una casa che protegge, ma che allo stesso tempo isola. Dorian arriva come un’invasione silenziosa. Non perché voglia conquistare quello spazio, ma perché non ne possiede uno suo. È un apolide emotivo, uno che attraversa stanze senza sentirsi mai davvero autorizzato a fermarsi. La casa di Aleister diventa allora un luogo di attrito, di confronto, di trasformazione. Non smette di essere un rifugio, ma cambia funzione. Da nascondiglio diventa possibilità, da spazio chiuso diventa qualcosa che può essere
condiviso.
La città, invece, resta volutamente indefinita. Non ha coordinate precise, non ha un volto riconoscibile. È qualunque città il lettore
voglia immaginare. Questo perché non è mai davvero il punto, la storia potrebbe svolgersi ovunque, persino su Plutone, senza
perdere senso. Quello che conta non è dove si muovono i personaggi, ma come si muovono dentro se stessi. C’è un solo riferimento a un luogo realmente esistente, ma anche quello funziona più come simbolo che come ambientazione
concreta. Il suo nome, Audace, non serve a collocare la storia su una mappa, ma a lanciare un invito ai personaggi. Essere audaci nel restare, nel farsi vedere, nel permettere a qualcuno di entrare.
In questo romanzo i luoghi non fanno da sfondo, sono specchi. Raccontano chi li abita, quanto spazio si concede agli altri e quanto si è disposti, lentamente, a chiamare casa qualcosa che prima
faceva solo paura.
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